Birdman (or The Unexpected Virtue of Ignorance)

di Giusy Paesano Jackman.

“E hai ottenuto quello che volevi da questa vita, nonostante tutto?

Sì.

“E cosa volevi?”

Potermi dire amato, sentirmi amato su questa terra”

( Raymond Carver).

Spesso abbiamo ali sghembe che ci precipitano e all’ uomo più che il volo si addice la caduta a maggior ragione se quest’ uomo è Riggan Thomson, già attore di successo nei panni del supereroe Birdman( leggi Batman) che mosso dalla voglia di riscatto decide di interpretare e dirigere la famosa piece di CarverDi cosa parliamo quando parliamo d’ amore?”in una Broadway fantasmatica e straniata, metafora del mondo. La m.d.p. si muove attraverso claustrofobici corridoi di memoria kubrickiana in un(apparentemente) unico piano sequenza pedinando i protagonisti- in special modo Riggan/Keaton – nel loro “peregrinare da fermi” tra deviazioni e  allitterazioni, pause, battute al veleno, corpi a corpi, omissioni.

L’unità di luogo di tempo e d’ azione  relega la realtà in una sorta di fuori campo mentale e l’impressione che se ne ricava è che nessuno vada da nessuna parte,prigionieri  come siamo di una surrealtà immaginifica cui fa da controcanto la voglia di riscatto.E d’altronde lo stesso Keaton ha dichiarato che il suo personaggio “non va in nessun posto, vincolato com’è dalla propria stessa ascesa ma che tutti hanno un Birdman nella propria vita”, un alter ego simbiotico e minaccioso che vorrebbe convincerli a mollare,uno stream of consciousness che assume qui le fattezze di un uccellaccio malefico dalla voce metallica come in Naked lunch di Cronenberg (da Burroughs) assumeva i connotati di insetti parlanti simbolici e ossessivi.

Sembra quasi di vedere un film di Peter Jackson quando Riggan Keaton riesce finalmente a guadagnare l’uscita del teatro e ad immergersi tra la folla e il rumore dei clacson di una N.Y. inconsueta,con un Birdman che pervicacemente incombe dall’alto esattamente come il King Kong di Jackson irrompeva dai grattacieli.

Ma cio’ che ci preme qui sottolineare è come il film sia stato costruito e le ascendenze cinematografiche da cui promana. Iñárritu fonde vari piani sequenza di marca hitchcockiana (il referente massimo è  proprio Nodo alla gola di Hitchcock) costringendo gli attori a cimentarsi con sequenze di lunghissima durata. Zach Galifianakis ha dichiarato di essere stato in  attesa  della m.d.p. in preda all’ ansia di sbagliare per non vedersi costretto a rigirare intere scene che non si sarebbero poi potute “ limare”in fase di montaggio. E le sequenze diventano ancor più complesse  quando la m.d.p. attraversa i vari dis-livelli della visione passando dal basso all’alto (e viceversa) tra scale,cunicoli, tavole del palcoscenico, camerini,interni ed esterni inverati dalla luce di Chivo Lubezki, già premio Oscar per Gravity di Cuarón.”Attraverso l’ uso del piano sequenza volevo dare l’ impressione di una realtà cui non si puo’ sfuggire poichè viviamo le nostre vite senza la possibilità di farne un montaggio” dirà il regista. Una precisa dichiarazione di poetica, dunque.E di estetica.Anche la musica corre parallela al flusso di coscienza e delle immagini; il persistente incalzante ritmo della batteria di Antonio Sanchez- ottenuto attraverso la scelta di tamburi dissonanti – contrappunta la nevrosi la frenesia il desiderio di ascesa e il suo tonfo ed è frutto, in alcuni momenti, di improvvisazione.Sono stati studiati effetti per dare l’impressione del suono in avvicinamento e in allontanamento quando la m.d.p. si sposta in p.s. lungo l’asse della visione. In due scene è visibile un batterista che non è pero’  Sanchez, non disponibile al momento delle riprese.

Michael Keaton si conferma attore di rango e direi co-autore del film recitando con tutto se stesso: pancia  cuore nervi  micromimica facciale  sguardi   fiato  sudore saliva respiro  mettendo  in scena un corpo nevrile in special modo nella bellissima sequenza  in mutande girata in esterni che ci restituisce una Broadway notturna e altera, audace e sorprendente non solo per quello che Iñárritu riesce a mostrare ma anche per quello che Keaton ha avuto il coraggio di rivelar(e)-ci. Poi un colpo di pistola alla tempia, un letto d’ ospedale e un naso nuovo, una nuova faccia, una nuova visione di sé. Sembra che Riggan non regga il  trauma del naso contraffatto  ma se cambiare faccia equivale a cambiare vita ecco che Birdman adesso puo’ volare. Crediamo che abbia voluto farla finita ma nel depistaggio finale e attraverso lo sguardo di Emma Stone lo immaginiamo librarsi. Agli uomini, certo, non si addice il volo ma quantomeno la leggerezza (infine divenuta sostenibile) dell’essere.

Birdman

(or The Unexpected Virtue of IgnoranceUSA, 2014) di Alejandro González Iñárritu.

Con Emma Stone, Edward Norton, Naomi Watts, Andrea Riseborough, Michael Keaton, Zach Galifianakis, Amy Ryan, Merritt Wever, Natalie Gold, Joel Garland, Clark Middleton, Bill Camp, Anna Hardwick, Dusan Dukic, Carrie Ormond e Kelly Southerland.

– Oscar alla  miglior regia, al miglior film,a Immanuel Chivo Lubezki per la miglior fotografia  e alla migliore sceneggiatura originale –