Berlusconi e la giustizia. Quanto ancora deve durare questa storia?

di Saverio Lodato.
Con le leggi “ad personam”, che lui ha escogitato, e che i servizievoli Alfano e Ghedini hanno plasmato su ordinazione e dato alla luce in tempi record con maggioranze compiacenti e codazzo vociante di amazzoni giulive, Silvio Berlusconi, sin quando ha potuto, si è autoassolto, auto-prescritto, auto-prosciolto, auto-amnistiato, auto-archiviato. Il personaggio in questione, infatti, non ama farsi processare, detesta essere indagato o imputato, ritiene lesiva della sua figura qualsiasi eventuale forma di condanna, considera i Palazzi di giustizia, sparsi per l’Italia, altrettante casematte di un potere eversivo che sbarra la strada all’Unto del Signore, quale lui si considera. E che, in quanto tali, vanno scardinate.
Ormai tutti gli italiani, quelli che lo votano e quelli che non lo votano, sanno benissimo come stanno le cose. Lo sanno anche all’estero, persino in Oceania e in Africa, dove, vuoi per l’inusuale modo di farsi conoscere nei consessi internazionali scelto dal diretto interessato, vuoi per il bunga bunga, vuoi per la storiella della nipote di Mubarak, la sua fama ha irrefrenabilmente spiccato il volo.
La domanda è: quanto deve durare ancora questa storia? Cosa aspetta l’Associazione nazionale magistrati a sporgere una denuncia collettiva, a tutela di tutti i suoi rappresentati, chiamando a rispondere in Tribunale, chi definisce la magistratura alla stregua di un “cancro” o di una “mafia”? E cosa aspetta Vietti, vice presidente del Csm, a mettere nero su bianco, con la stessa solerzia con cui mise nero su bianco quando si trattò di andar di cozzo con i magistrati della Procura di Palermo che indagavano sulla trattativa Stato- mafia?
Il fatto che per venti anni un filo delinquenziale abbia paralizzato la politica italiana non è ragione sufficiente per non decidere, una buona volta, di darci un taglio.
Presumiamo che anche Giorgio Napolitano, il capo dello Stato, sia adeguatamente informato e veda scorrere sotto i suoi occhi ciò che vedono tutti.
Ma se è così, francamente non si capisce perché abbia sentito la necessità istituzionale di ricevere Alfano che, in rappresentanza del tumulto degli “sconcertati” del Pdl, gli andava a chiedere conto e ragione del fatto che in Italia esiste la Legge.
Compito in un presidente della Repubblica non è quello di recuperare alla retta via pecorelle smarrite. A questo magistero sono, infatti, chiamati suore, preti e Papi. Il compito di un presidente della Repubblica è un altro: garantire il rispetto dell’equilibrio dei poteri. In altre parole, se Berlusconi risulterà privo di impedimenti penali potrà governare il Paese – se gli italiani lo vorranno – per altri cento anni. Ma come tutti i cittadini italiani, Berlusconi può e deve essere giudicato per reati eventualmente commessi. Può- eventualmente – essere condannato. E può- eventualmente – andare nelle patrie galere. Ecco perché, in simili casi, un capo dello Stato dovrebbe rifiutarsi di rispondere al telefono o di aprire la porta del suo salotto: per evitare, un domani, di trovarsi in imbarazzo.
13 marzo 2013 antimafiaduemila.it