Berlusconi decadence

di Marco Damilano.

Venti anni di jingles («Dai Forza Italia/che siamo tantissimi…»), rivoluzioni liberali, promesse tradite, «meno tasse per tutti», contratti con gli italiani, barzellette, corna, bunga bunga, lifting, bandane, vulcani in eruzione, inciuci con gli avversari, leggi ad personam, lodi Schifani, lodi Alfano, editti bulgari, patonze che devono girare. E di golpe giudiziari.

«Vede, io sono un pratico, ma anche un sognatore: spero che venga fuori una nuova classe politica senza cadaveri nell’armadio, le mani pulite, poche idee ma chiare, capacità di farsi capire in modo comprensibile…». È prima, molto tempo prima che arrivi la discesa in campo, per Silvio Berlusconi l’avventura politica parte in largo anticipo. Ne parla nell’estate 1977 a Mario Pirani, inviato di “Repubblica”. Berlusconi in quel momento ha appena quarant’anni, non ha ancora dato il via libera alle trasmissioni di TeleMilano (i programmi partiranno un anno dopo, il 7 settembre 1978), non si è ancora iscritto alla loggia massonica P2 di Licio Gelli (lo farà pochi mesi dopo, il 26 gennaio 1978), è solo un palazzinaro molto ambizioso. Ha comprato una quota del 12 per cento del “Giornale”, il quotidiano diretto da Indro Montanelli che dà voce all’elettorato moderato e anti-comunista.

L’intervista esce venerdì 15 luglio 1977, a tutta pagina, con il titolo “Quel Berlusconi l’è minga un pirla”. In quelle risposte a Pirani c’è già tutto il Berlusconi-pensiero, rimasto immutato per decenni. L’orgoglio di chi si è fatto da solo: «Io sono un prima-generazione. Ho decollato come industriale attorno al ’60 senza conoscenze, appoggi, aiuti. Mi è andata bene». Modesto e sincero, al solito, sorvola sulla Banca Rasini, le 22 holding da cui è nata la Fininvest, la presenza nella villa di Arcore del mafioso Vittorio Mangano e la figura di Marcello Dell’Utri che gli fa da assistente.Il futuro Cavaliere parla di politica. Per i nuovi politici Berlusconi promette di impegnarsi «non certo pagando tangenti, ma mettendo a disposizione i mass-media. In primo luogo Telemilano, che sto riorganizzando e che diventerà un tramite tra gli uomini politici che dimostreranno di non avere divorziato dall’economia e dalla cultura e l’opinione pubblica». «Sono politici che si sanno presentare in modo chiaro e immediato, facendosi capire dalla gente, e non come Moro, che ogni volta che apre bocca ci vuole un esercito di esegeti per interpretarlo. Questi capi storici hanno il culo per terra ma ingombrano la porta». Una condanna terribile, perché dieci mesi dopo ci penseranno le Brigate rosse a sgombrare il passaggio con il rapimento e l’omicidio dello statista democristiano.Oggi il Berlusconi decaduto torna lì, alla fine degli anni Settanta, al ruolo di extraparlamentare, estremista di centro, ferocemente anti-comunista. In mezzo ci sono i suoi venti anni in Parlamento, i quattro governi (il primo nel 1994, i due nella legislatura 2001-2006, l’ultimo durato dal 2008 al 2011), la Forza Italia creata, disciolta e risorta, una permanenza al potere che avvicina Berlusconi agli inamovibili della Prima Repubblica, tipo Giulio Andreotti. Venti anni di jingles («Dai Forza Italia/che siamo tantissimi…»), rivoluzioni liberali promesse e tradite, sei per tre («meno tasse per tutti»), contratti con gli italiani, barzellette, corna, bunga bunga, lifting, bandane, vulcani in eruzione, inciuci con gli avversari, leggi ad personam, lodi Schifani, lodi Alfano, editti bulgari, patonze che devono, e come potrebbe essere altrimenti, girare. E di golpe giudiziari.C’è il primo Berlusconi, quello della guerra-lampo, il blitzkrieg mediatico, il colpo grosso 1994 (vedi l’instant-libro del magico trio Corrias-Gramellini-Maltese). La conquista della maggioranza dei seggi con due mesi di campagna elettorale, dal 26 gennaio, giorno della discesa in campo con videomessaggio, al 27 marzo, la data delle elezioni, e con una coalizione a geometria variabile, al Nord con Bossi, al Sud con Fini, al centro con Casini e Mastella, ospitati in lista come figli superstiti di Mamma Dc.

Golpe giudiziario, per vent’anni Berlusconi e gli uomini del suo partito e il gigantesco apparato mediatico da lui controllato hanno ripetuto questa definizione in modo ossessivo, martellante, asfissiante. «C’è stata un’azione unidirezionale da parte di certa magistratura che ha fatto fuori solo una classe politica, guarda caso quei partiti di tradizione occidentale e democratica che hanno garantito per tanti anni la democrazia nel nostro Paese», ha sintetizzato il Cavaliere. Il 1992-93, gli anni del Terrore, «quando un cittadino rinchiuso nella patria galera, trattato come un cane in un canile, non accettando più questa condizione, rinunciava alla sua vita» (9 luglio 1998). «I partiti che per cinquant’anni hanno permesso di vivere nella democrazia  sono stati messi da parte. Sono sopravvissute solo le persone che in quei partiti erano più vicini alla sinistra» (4 luglio 1998). «Io sono considerato l’usurpatore della sinistra. Quando decisi nel ’94 di scendere in campo la sinistra, dopo Tangentopoli, aveva il potere nelle mani» (24 aprile 2008). «Oggi è in atto un tentativo di golpe giudiziario come quello che ci fu con Tangentopoli» (8 aprile 2011). Fino a sabato scorso, quando a proposito del voto sulla sua decadenza Berlusconi è tornato a invocare il colpo di Stato.

Eppure nel 1994 è proprio lui il gran beneficiato del crollo dei partiti. Nell’anno del terrore, il 1993, preparava il suo partito e sprizzava ottimismo, in una lunga intervista alla “Stampa” a Sergio Luciano, datata 9 febbraio e titolata: «Basta con i politici di mestiere». «Se sono ottimista? Certo che lo sono, e ne ho ben ragione: gli imprenditori, quelli veri, sono condannati ad essere ottimisti. E se ti prende lo sconforto, non devi mostrarlo a chi lavora con te, ai tuoi clienti, al mercato: devi portare un messaggio di fiducia, ritrovare il sorriso. Altrimenti non sei un vero leader, e chi non è leader non è un imprenditore completo». Sulla politica, spiegava, «un modo per rinnovare è certamente il ricambio delle classi dirigenti, l’alternanza al potere. Credo che tutti gli imprenditori, quelli veri, sarebbero felicissimi di non interessarsi di politica e concentrarsi sulle loro aziende. Ma quando la politica ostacola lo sviluppo, gli imprenditori devono preoccuparsi… Non mi piace immaginare una classe politica. È questo il punto: sarebbe auspicabile che la carriera politica non esistesse più. A governare dovrebbe essere chiamato chi, essendo affermato in una professione, dopo aver governato possa tornare a svolgerla come prima».

Eccolo qui, fissato una volta per tutte il manuale dell’imprenditore prestato alla politica, le regole della discesa in campo. Primo: attaccare la classe politica in blocco, senza distinzioni di destra e di sinistra, di riformisti e di conservatori. A Berlusconi va consegnato il copyright di una parola che avrà un grande successo negli anni successivi: casta. Secondo: alludere al fatto che ci sono uomini volenterosi e pronti a impegnarsi fuori dalla politica, basta andarseli a cercare. Terzo: giurare che no, mai e poi mai c’è un interesse a fare politica in prima persona, io sono qui soltanto a dare una mano, da cittadino impegnato, da civil servant… Lo ripeterà sempre, anche oggi che è un politico come tutti gli altri, anzi, più esperto di tutti gli altri in manovre e trappole parlamentari, più di un Giulio Andreotti, mago delle leggi ad personam, campione del trasformismo dei Razzi e degli Scilipoti (e dei De Gregorio per cui è sotto processo a Napoli), attaccato a regolamenti, cavilli e codicilli per non farsi buttare fuori dal Senato.

Il Berlusconi allo stato nascente, quello della rivoluzione liberale, degli Urbani e dei Martino, dei Caligaris e delle Titti Parenti, ma anche dei Previti e di Dell’Utri, dura a Palazzo Chigi una sola stagione. Rivoluziona per sempre la politica, con i sondaggi di Gianni Pilo, l’inno di Forza Italia, il kit del candidato, dopo di lui in tanti anche a sinistra faranno a gara per somigliargli. Ma il governo crolla subito e non per certo per l’avviso di garanzia di Napoli, a Palazzo Chigi è una rissa continua, il principale alleato, l’Umberto, gira le piazze del Nord a tuonare contro «la porcilaia fascista» e il «piduista di Arcore». Il Berlusconi scintillante lascia il posto al Berlusconi nel deserto, l’opposizione, il duro apprendistato della politica. Con l’obiettivo di sempre, sedersi al tavolo e contare per salvare se stesso e le sue aziende. La grandi intese si potrebbero fare già nel 1996 con il tentativo Maccanico, e poi nella Bicamerale di Massimo D’Alema sulla giustizia, fino al 1998 però il Cavaliere è sparito dai radar, è già finito, in declino, perfino malato. A rimetterlo in sella ci pensano gli avversari della sinistra, Bertinotti fa cadere Prodi, D’Alema si allea con Cossiga. Berlusconi ritorna.

La terza fase è il Berlusconi liftato, in bandana, aspirante statista internazionale, tra l’amico Vladimir e l’amico George, il premier della legislatura più lunga (2001-2006),  in mezzo a scontri di civiltà interni e esterni, il G8 di Genova e le Twin Towers, la guerra in Afghanistan e quella in Iraq, affrontati con lo spirito di sempre, il Berlusconesque, le leggi ad personam, le corna ai vertici europei, la legge Gasparri sui media respinta da Carlo Azeglio Ciampi al Quirinale. «Nel mondo fatato di Berlusconi», scrive Edmondo Berselli su “Repubblica” il 24 febbario 2004, «in una realtà senza contraddittorio, senza il fastidio della mediazione, il leader è atteso a qualsiasi performance. Non si limita infatti a scrivere le parole dell’ ultimo disco di Mariano Apicella, a versare lacrime napoletane, ma sotto le telecamere, con la camicia fuori dai pantaloni, esegue un brano, Meglio ‘na canzone, con l’ ex posteggiatore partenopeo, del tutto incurante (a quanto pare) che l’esibizione finisca su Striscia la notizia. I problemi eventualmente deflagrano allorché l’ esibizione improvvisata tocca tematiche per lui misteriose: come quando per compiacere Vladimir Putin riduce la tragedia cecena alla stregua di “leggende”, e viene rimpallato aspramente dall’ Unione europea.

Funziona male il suo umorismo casereccio quando oltrepassa limiti insidiosi del politicamente opportuno, come con l’ eurodeputato tedesco Schultz, ridotto a figurante cinematografico nel ruolo del kapò. Oppure quando si inventa una cattedra in storia delle religioni e tratta la storia dell’ Islam come il prodotto di un profeta minore… A rigor di termini, trasformare l’ antipolitica in una politica è peggio che un crimine pubblico, potrebbe essere un errore logico. A rigor di logica, Berlusconi ha perso, perde e perderà. Nel mondo delle cose, battere l’ antipolitica sarà un lavoro durissimo».

Profezia felice. Nel 2006 Berlusconi perde, infatti, ma per pochi voti e con i pozzi avvelenati per lunghissimi anni dalla nuova legge elettorale detta Porcellum. La Magna Carta del berlusconismo: deputati e senatori nominati, i parlamentari scelti come un cast televisivo, il riccone e la bellona, l’uomo dei rifiuti e il re delle cliniche, la definitiva discesa agli inferi del sistema che prepara il ritorno, la quarta fase, il Berlusconi più nichilista che abbiamo conosciuto.

Quello che rivince nel 2008 le elezioni, si gioca la carta del patriottismo repubblicano, a Onna con il fazzoletto tricolore al collo dopo il terremoto, il giorno dopo però c’è la festa di Casoria dalla neo-maggiorenne Noemi Letizia. Maggiorenni e minorenni, feste e cene eleganti, il divorzio a mezzo stampa di Veronica Lario, il ciarpame senza pudore, mentre il Paese cade nella recessione più cupa della storia e il Pdl destinato a far tremare il mondo affonda nella rissa perfino fisica tra i due fondatori, Berlusconi e Gianfranco Fini che si accapigliano davanti alle telecamere.

Nel 2011 sembra finita, e forse lo è davvero, quando il Cavaliere lascia Palazzo Chigi per il governo tecnico presieduto da Mario Monti.

E invece no, c’è il nuovo giro del 2013, l’ultima volta da candidato, con poltrone da spolverare e promesse sempre più mirabolanti da gettare nella mischia della cosa che ancora oggi Berlusconi sa fare meglio, la campagna elettorale.

Fino a oggi, all’uscita di scena dalle aule parlamentari per ritornare in piazza, in campagna elettorale, con una nuova sigla identica a quella del 1994, quando Berlusconi predicava un nuovo partito «senza cadaveri nell’armadio, anche se c’è qualcuno che vede dei cadaveri dove ci sono stampelle o al massimo abiti», diceva in quella campagna elettorale del 1994, una classe dirigente di «uomini nuovi e preparati» e soprattutto «con le mani pulite». Il partito che Silvio Berlusconi aveva già in mente nel 1977, per conquistare l’Italia.

Venti anni dopo siamo ancora lì, nell’eterno presente ossessivo del Cavaliere che coincide con la paralisi di una Nazione.