Attenzione alla potenza dell’ovvio…

di Noemi Lusi.

Le difficoltà in cui la non più recente crisi ha sottoposto il nostro tessuto socio-economico non hanno prodotto danni troppo gravi per molte ragioni. Fra le altre appare ancora una volta fondamentale la struttura familiare, di cui la mamma è fulcro, che si è compattata nel tentativo di sostenere i suoi membri mediante una solidarietà che ha avvicinato tutti i componenti allo scopo comune di superare la tempesta in corso.

Concordando su tale assunto ci prepariamo a focalizzare l’attenzione su alcune frasi, espressioni che meritano riflessione.

Partiamo da esempi che utilizziamo per provare a mostrare come la figura della madre, della cui importanza e rilievo abbiamo già dato conto, nella realtà viene amplificata con espressioni di comune utilizzo che, quotidianamente, si ripetono con un ritmo che si va sempre più intensificando proprio forse perché, ovvie e spesso ridondanti, dando luogo ad assuefazione.

E’ frequente sentire frasi simili a “ In quanto mamma posso capire….” cui spesso segue una serie di acute precisazioni sulle presupposte potenzialità della genitrice, la cui sensibilità verso qualsiasi problematica è spesso un dogma asserito, indiscusso, rispettato senza obiezione alcuna, senza dubbi.

Ciò si esplica ovunque, ma diventa più evidente negli ‘organici assembramenti sociali’, in cui i figli, destinatari di tale atteggiamento, dovrebbero comprovare la sacrale veridicità della progenitrice.

Non si può aderire alla convinzione secondo cui soltanto l’esperienza personale determina maturazione perché ciò comporterebbe per ognuno di noi una limitata casistica, annullando ogni altra fonte di apprendimento.

Si ha modo di constatare che tale atteggiamento si è insediato anche in altri ambienti depositari dei nostri comuni destini.

Si è verificato, infatti, che in difesa del proprio comportamento una signora ha richiamato, quale mezzo espresso con convincimento e con l’intento di effettuare un’efficace difesa, il suo ruolo di ‘mamma di un bambino’, in quanto spontaneamente convinta che tale referenza implicasse in qualche misura la certezza del rigetto della responsabilità.

Meraviglia che la signora abbia scelto tale argomentazione per difendersi invece di fare appello alla propria pregressa correttezza di persona.

Tale spontaneo ricorrere alla maternità, dato il profondo tratto culturale che ad essa è sotteso, accende l’attenzione ed evidenzia che non avrebbe altrettanta efficacia emotiva per un uomo l‘enunciazione a scopo difensivo della propria ‘paternità’.

Questa espressione ed altre ad essa simili sono portatrici di una concreta potenza emotiva nell’ambito della nostra cultura, evocando un alto grado di sensibilità della consapevolezza socio-culturale della figura materna. Tale tematica, però, può talvolta rilevare una sottile, forse involontaria forma di emarginazione nei confronti di chi non appartiene a tale categoria. Spesso si constata, comunque, che ‘ il padre’, pur se in seconda posizione, si avvale gerarchicamente della sua condizione in quanto è visto come un individuo che si è assunto tale responsabilità, pur essendo noto che non sempre trattasi di scelta.

Si intende con ciò sottolineare che si è creata una scala di valore sulla base del quale coloro i quali non possono per motivi biologici, psicologici, economici e/o sociali, pur desiderandolo, e coloro che hanno scelto di non procreare, insieme a coloro i quali sono in corso di determinazione della scelta, certamente sono spesso avvolti da una impercettibile nube di implicita discriminazione.