Apartheid?

di Giuseppe Tramontana.

Ritornando alle frasi di Vattimo, propongo questa lettura: “(…) Probabilmente tu ritieni sia strano parlare di apartheid in relazione alla situazione in Palestina o, più specificamente, ai rapporti tra palestinesi ed israeliani. Questo accade perché tu, erroneamente, ritieni che il problema palestinese sia iniziato bel 1967. Sembra che tu sia stupito del fatto che bisogna ancora risolvere i problemi del 1948, la componente più importante dei quali è il Diritto al Ritorno dei profughi palestinesi. Il conflitto israelo-palestinese non è una questione di occupazione militare e Israele non è un paese che si sia stabilito “normalmente” e che, nel 1967, ha occupato un altro paese. I palestinesi non lottano per uno “stato”, ma per la libertà, l’indipendenza e l’uguaglianza, proprio come noi sudafricani. Qualche anno fa, e specialmente durante il governo laburista, Israele ha dimostrato di non avere alcuna intenzione di restituire i territori occupati nel 1967; che gli insediamenti sarebbero rimasti, Gerusalemme sarebbe stata sotto l’esclusiva sovranità israeliana e che i palestinesi non avrebbero mai avuto uno stato indipendente, ma sarebbero stati per sempre sotto il dominio economico israeliano, con controllo israeliano su confini, terra, aria, acqua e mare. Israele non pensava ad uno “stato”, ma alla “separazione”. Il valore della separazione è misurato in termini di abilità, da parte di Israele, di mantenere ebreo lo stato ebreo, senza avere una minoranza palestinese che potrebbe divenire maggioranza nel futuro. Se questo avvenisse, Israele sarebbe costretto a diventare o una democrazia secolare o uno stato bi-nazionale, o a trasformarsi in uno stato di apartheid non solo de facto, ma anche de jure. Thomas, se vedi i sondaggi fatti in Israele negli ultimi trent’anni, scoprirai chiaramente che un terzo degli israeliani è preda di un volgare razzismo e si dichiara apertamente razzista. Questo razzismo è della natura di “Odio gli arabi” e “Vorrei che gli arabi morissero”. Se controlli anche il sistema giudiziario in Israele, vi troverai molte discriminazioni contro i palestinesi. (…)” Questo è lo stralcio di una – presunta – lettera inviata da Nelson Mandela al giornalista del New Yorìk Times Thomas Friedman. Che poi, a quanto pare, non sia veramente di pugno di Madiba, ma del giornalista palestinese Arjen El Fassed, poco importa. Ciò che importa, invece, è il suo contenuto. Rileggetela attentamente. Magari, per qualche purista concettuale, sarà eccessivo, improprio, linguisticamente errato parlare di apartheid – e sia! – ma difficilmente si può negare la sostanza della questione: le case abbattute, i diritti negati o violati, il fatto che “terzo degli israeliani è preda di un volgare razzismo e si dichiara apertamente razzista. Questo razzismo è della natura di ‘odio gli arabi’ e ‘vorrei che gli arabi morissero’”. In fondo, è a questo che punta il governo israeliano: magari non cancellare fisicamente i palestinesi, ma negare qualsiasi possibilità di uno Stato palestinese. Così almeno la pensa l’analista israeliano Sergio Yahni, intervistato dal Manifesto. Al massimo, dice Yahni, Netanyahu e i suoi sostenitori vogliono spaccare i palestinesi in tre entità separate e gestibili: la Cisgiordania, i gazawi e gli arabi cittadini israeliani. Ma si parla sempre e solo di entità amministrative: mai di Stato. A pensar male, l’obiettivo finale non muta: fare sparire un popolo – tramite espropri, nuovi siti di coloni, emigrazioni, integrazioni e repressioni – sarà comunque una questione di tempo. Al di là delle dietrologie e delle ricostruzioni storiche, è su questo che bisognerebbe riflettere: noi che ci battiamo per salvaguardare le specie in estinzione, dalla foca monaca alla tigre siberiana, possiamo restare indifferenti davanti ad un dramma che, nei fatti ed a lungo andare, mira a cancellare un popolo dalla faccia della terra? Come diceva Gandhi, è sempre a favore dei disperati che bisogna coltivare la speranza. O no?