Aiuto, Bersani ci riprova

di Marco Damilano.

Un nome gradito anche al Pdl per il Quirinale. E in cambio il via libera dalla destra per un governo monocolore Pd. Ecco cosa c’è sul tavolo della trattativa segreta fra il centrosinistra e il Cavaliere.

Ancora dieci giorni e arriverà finalmente per Pier Luigi Bersani il momento orribile che ogni capo politico dell’Italia repubblicana ha affrontato prima di lui. Il segretario del Pd si trova nella stessa situazione vissuta dai grandi democristiani della Prima Repubblica alle prese con l’elezione del nuovo inquilino del Quirinale.

Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio, trionfatore con la Dc il 18 aprile 1948, fu sconfitto un mese dopo, l’11 maggio, nel tentativo di far eleggere il suo candidato come primo presidente. Appoggiava il ministro degli Esteri, il conte Carlo Sforza, fu eletto Luigi Einaudi: al momento decisivo al candidato ufficiale erano mancati cento voti.

Amintore Fanfani, giovane e potentissimo segretario della Dc, fu costretto nel 1955 dai franchi tiratori del suo partito ad abbandonare il presidente del Senato Cesare Merzagora per eleggere il presidente della Camera Giovanni Gronchi.

Arnaldo Forlani, segretario della Dc, nel 1971 non riuscì a portare al Colle il suo padrino Fanfani e ripiegò su Giovanni Leone dopo ben 23 votazioni. E nel 1992 ancora Forlani, che era il candidato di se stesso, fu eliminato dagli amici di partito a voto segreto.

Il Bersani del 2013 non assomiglia neanche un po’ a De Gasperi e Fanfani, (e nemmeno a Ciriaco De Mita, l’unico leader di piazza del Gesù ad aver piazzato nel 1985 il suo uomo al Quirinale alla prima votazione, Francesco Cossiga: se ne pentì moltissimo). Ma il suo Pd che arriva all’elezione per il nuovo capo dello Stato, ricorda molto la vecchia Dc, la Balena Bianca. Il Pd è una Balena Rosa divisa in correnti, paralizzata da spinte contrapposte, ambizioni personali, rivalità, progetti inconciliabili.

E sulla corsa per il Colle il segretario di turno si gioca tutto. «Con la differenza che la Dc aveva la saggezza di non mandare mai i suoi cavalli di razza al Quirinale: sapeva che quel ruolo spettava a figure di garanzia», corregge Marco Follini, ex democristiano oggi accasato tra i democratici. «Il Pd, invece, confonde l’elezione del presidente della Repubblica con la ricerca di una maggioranza di governo. Un pasticcio».

Eppure, a sentire gli uomini più vicini a Bersani, è proprio questa la mossa del cavallo. Trovare uno schieramento largo per il Quirinale per poi aprire la strada a un governo guidato da un esponente del Pd: Bersani stesso. Il segretario ha già provato ad andare a Palazzo Chigi, in realtà, finendo a sbattere contro i veti del Pdl e del Movimento 5 Stelle. «E’ stato un errore pensare di risolvere la questione del governo senza prima decidere cosa fare sul Quirinale», ammette ora il senatore Miguel Gotor, ascoltato consigliere bersaniano. «Una crisi politica così complessa richiede un presidente nel pieno dei suoi poteri». E dunque ribaltare l’ordine dei fattori: prima il Quirinale, poi Palazzo Chigi. La svolta maturata dopo che il calvario del Bersani pre-incaricato da Giorgio Napolitano si è compiuto con un nulla di fatto.

Un pacchetto, da presentare a tutti i partiti, ma con un interlocutore privilegiato: il Pdl e il suo monarca assoluto, Silvio Berlusconi. Un pacchetto con una doppia offerta per il Cavaliere. Doppio registro, doppio cerchio. Nel primo c’è il governo: un monocolore Pd (con l’alleato più fedele, la sinistra di Nichi Vendola) guidato da Bersani. Nel secondo c’è una Convenzione per le riforme, nei piani di Bersani dovrebbe essere guidata da un uomo del Pdl, forse lo stesso Berlusconi.

E infine un nome per il Quirinale a fare da garante del funzionamento dei due cerchi, «sperando che non si trasformino in gironi infernali», scherza Gotor. Sì, ma chi? «Deve avere senso dello Stato, una caratura repubblicana, una grande capacità negoziale», elenca lo stratega bersaniano. Un personaggio di lungo corso, per trascinare il sistema fuori dalla palude. Un presidente Traghettatore. Un Caronte che faccia a ritroso il percorso, dalle tenebre alla luce. Un politico.

L’identikit mette fuori dal gioco, almeno per ora, i presidenti delle Camere Pietro Grasso e Laura Boldrini, ma anche giuristi fuori dai partiti come Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelski. E rilancia, al contrario, le quotazioni di alcuni capi storici del centrosinistra. Il nome più ricorrente, tra i bersaniani, è quello di…
05 aprile 2013, L’ESPRESSO