A MORIRE COSI’ NON SON CAPACI TUTTI

di Giuseppe Tramontana.

Io sono Francese. Cioè io sono italiano, ma faccio Francese di cognome. Giuseppe Francese, per la precisione. Ho 36 anni. Oggi, secondo molti qui a Palermo, io sono un tipo fortunato. Fortunato non solo perché lavoro, ma perché ho ottenuto il posto di lavoro nella pubblica amministrazione come orfano di una vittima della mafia. Insomma, faccio parte di una categoria fortunata, secondo loro. E sapete perché? Perché noi, gli appartenenti a questa categoria, non abbiamo fatto nessun concorso, non abbiamo sudato sui libri e sui quiz per i concorsi, non siamo stati assunti grazie ad una legge dello Stato. Lo stesso Stato, invece, fatto… funzionare… diciamo… da gente notoriamente assunta con un concorso e non per raccomandazione di un don Peppino o di un Onorevole Scannapieco qualunque…. Alla Regione Siciliana, poi… tutti entrati con regolare concorso, sapete? Tutti, proprio tutti. Uno per uno. Ma fatemi il piacere! E quei pochi che un concorso l’hanno fatto davvero, non si sono rivolti a nessuno? Proprio a nessuno? Un amico, un parente, un amico di caccia, un testimone di nozze, un compagno di partito? Noi invece dobbiamo dire grazie solo ai nostri padri, morti da uomini in un mondo di quaquaraquà. E se gli altri sono invidiosi, fanno bene ad esserlo, perché pochi hanno avuto la fortuna di avere padri come il mio.

E sul lavoro cerco di essere serio. Professionalmente inappuntabile. Integerrimo, dice qualcuno. Rompicoglioni, dice qualcun altro. Mi sono occupato di Enti locali e di IPAB. Ho segnalato irregolarità, fatto rilievi, indicato cose che mi facevano sorgere perplessità ma non è successo mai nulla. Tutto, sempre, nel cestino. Tutto tempo perso. Il mio, almeno. Dopo ogni mia segnalazione, puntualmente il dirigente mi chiama e mi dice: ‘per favore non sollevi problemi’. E non sollevo problemi un cazzo, dico io. Non ho mai ascoltato questi consigli. E com’è andata a finire? Gli altri sono stati premiati e a me calci in culo.

Ma non importa. Dalle mie parti si dice che chi nasce rotondo non può morire quadrato. Non solo. Si dice anche che chi da gallina nasce, in terra raspa… Si dice anche da voi? Bene, io sono nato da mio padre. E di lui vi voglio parlare. Di te voglio parlare, papà.

Papà, avevo quegli occhioni scuri quando bruscamente sei andato via. Ho ancora gli stessi occhi e con loro continuo a percorrere le impervie strade della vita. Senza di te, ma con te. Perché mi hai lasciato quella indelebile impronta. E così, con te dentro me, continuo a vivere mentre m’incontro e mi scontro con la vita.

Onora il padre, dice un comandamento. Purtroppo, con il mio non ho avuto tanto tempo. Se n’è andato via presto. Me l’hanno portato via presto. Dopo, nel corso di questa mia vita ho cercato comunque di farlo. Di onorarlo. Così almeno credo.

Avevo dodici anni quando, la sera del 26 gennaio 1979, mio padre venne ucciso. Io ero a casa. Ve lo immaginate? Immaginate la scena? Voi siete a casa, avete dodici anni e mentre guardate la televisione sentite dei colpi di pistola. Sei, per la precisione. In rapida successione, come suol dirsi. Quell’attimo, quel fatto hanno sconvolto la mia vita. Quel rosario di colpi ha leso un qualche punto nevralgico della mia esistenza. Poi sono cresciuto. Che fatica. Sapete, è dura senza padre. E man mano che crescevo, lievitava dentro di me un immenso vuoto e una feroce, onnivora ansia di giustizia. La prima ragazza, il primo amore, la sconfitta nella partita di pallone, i voti a scuola, gli scazzi con gli amici o i professori. Non ho potuto raccontare niente di tutto questo a mio padre. Niente voce maschile che ti invita a mettere giù il telefono, niente tifo a bordo campo, niente andare a parlare coi professori… ché tanto, come dicono spesso tutti i genitori, di loro…. cioè di noi ragazzi…. loro, i genitori, non sanno mai una sega. Sono stato solo. Spesso isolato. In una città come la mia dove i parenti delle vittime spesso vengono evitati manco fossero appestati. Dove, passato il primo momento di cordoglio, subentra l’indifferenza se non, addirittura, l’astio: certo, è figlio di una vittima di mafia e con questo si è sistemato… nella pubblica amministrazione… senza concorso, ad esempio. Giusto, no? Voi cambiereste vostro padre con un impiego sicuro? No, non c’è bisogno di rispondere. La risposta la conosco già.

Ammetto che per un breve periodo la sete di verità si è trasformata in rassegnazione per una giustizia assai lenta. Ma la rassegnazione lentamente è diventata rabbia. E di castelli di rabbia, in questi anni, ne ho costruiti veramente tanti. Sono cresciuto con l’ansia da giustizia, possiamo dire.

Questa è la storia di mio padre. Ma è la storia del giornalismo. Di un giornalismo di frontiera dove chi scrive può morire per un sì o per un no. Dove il giornalista, colui che, questo mestiere, vuole farlo davvero, con scrupolo, coscienza e onestà, è nemico di tutti e amico di nessuno. E’ guardato storto dai potenti e dai loro lecchini, è ostacolato da quelli che crede amici, è isolato dai colleghi di redazione, è cacciato via dai circoli perbene, dai salotti buoni, ma non trova conforto neanche tra la povera gente, tra quelli per i quali lotta, si impegna, si espone: per loro è solo uno che vuole fare carriera sulle loro disgrazie. E vai a fargli cambiare idea, se ci riesci. E’ uno, infine, che va bene solo dopo morto, quando si appropriano della sua memoria, delle sue battaglie, delle sue inchieste e lo glorificano. Ma quanto era bravo, ma quanto era buono, ma come denunciava bene, che coraggio aveva! Sempre dopo, però! Intanto è morto. Ammazzato, magari. Voi lo sapete quanti giornalisti sono stati uccisi in Italia dal secondo dopoguerra a oggi? Non lo sapete? Ve lo dico io: (…) Per leggere l’intero testo clicca su http://altritaliaaltervistaorg.blogspot.com/