8 AGOSTO 1956. A Marcinelle scoccò l’ora

di Giuseppe Tramontana.

Il non detto è che il famoso miracolo economico italiano degli anni Sessanta ha come motore l’emigrazione. Verso l’estero e dal sud verso il nord. Gli emigranti non hanno volto, sono intercambiabili, sono tutti uguali, tutti miserabili, musi neri, macaronì o napoli, a seconda di dove arrivano. Valgono poco. E costano poco. E quel poco che guadagnano di salario, lo mandano a casa, per aiutare famiglie spesso numerose, indigenti, le quali vedono quei soldi come acqua nel deserto. Rimesse, si chiamano pudicamente quei denari impregnati di sangue e sudore, imbevuti di fiele e insulti razzisti.

La strage di Marcinelle incomincia così. Semplicemente, con dei bei manifesti di color rosa confetto, affissi in tutti i comuni d’Italia, che danno la speranza di un lavoro a centinaia di miglia di disoccupati. Un lavoro particolare, un lavoro sotterraneo nelle miniere belghe. Ovviamente, nessun dettaglio sul tipo di lavoro e sui rischi connessi. Si dilungano, invece, sui salari, sulle ferie e sugli assegni famigliari. Molti italiani, in particolare quelli del Sud, all’epoca – siamo negli anni Cinquanta – non sanno nemmeno dove fosse o cosa fosse ‘sto Belgio. Ma, una volta partiti, avrebbero fatto presto a conoscerlo. La realtà che trovano è terribile; un lavoro durissimo e pericolosissimo nelle viscere della terra, da affrontare senza alcuna preparazione specifica e con la sola protezione – quando c’era – di un caschetto rudimentale.
Sono questi gli effetti del Protocollo stipulato tra Italia e Belgio il 23 giugno del 1946. Ossia l’invio da parte italiana di 2000 giovani disoccupati alla settimana, da far lavorare nelle miniere belghe, in cambio della vendita a basso costo di un certa quantità di tonnellate di carbone. Il carbone serve all’industria nostrana, la quale, a sua volta, serve allo Stato e ai suoi potentati, mentre i lavoratori disoccupati, soprattutto del Sud, a chi e a cosa devono servire? Infatti, anche negli annunci murali, anche nei contratti di lavoro, così come nello stesso Protocollo, tutti sembrano dimenticarsi dei lavoratori, dei pericoli cui vanno incontro, di ciò che lasciano e di ciò che trovano.
unnamedI candidati minatori vengono fatti confluire da tutta Italia a Milano. Qui, sotto la stazione, sono accolti in un locale di tre piani: sotterranei – come per farli abituare… . Dopo le visite mediche e un viaggio che può durare anche 52 ore, vengono scaricati nelle stazioni belghe: Bruxelles, Liegi, Anversa… Attenzione, però, vengono fatti scendere non nelle zone riservate ai passeggeri, ma nei settori riservati alle merci. D’altronde, cosa sono agli occhi dei padroni e del governo di casa? Scesi dal treno, vengono allineati secondo il pozzo nel quale dovranno andare a lavorare. Per l’alloggio, nessun problema: vengono sistemati nelle baracche di legno utilizzate dai prigionieri russi durante l’occupazione nazista. Come si può capire, sono strutture fatiscenti, indecenti, al limite della vivibilità animale – non umana. Per tutto il tempo del lavoro in miniera, sono tenuti lontano dalle città. Nascosti in campi sconosciuti alla maggioranza dei belgi. Sono un popolo invisibile, indecente, impresentabile, gente di cui vergognarsi. Li chiamavano appunto “musi neri” per il particolare tipo di lavoro che svolgono. Li chiamano, alla francese, “macaronì”. Dicono che sono sporchi, inaffidabili, intrattabili, fastidiosi e violenti, ubriaconi e incivili che non fanno altro che importunare le donne e scansare le fatiche. Li trattano come appestati, come paria, come subumani. I primi arrivi di italiani, tra l’altro, suscitano anche movimenti di rifiuto di stampo razzista e numerosi sono le risse e gli incidenti tra belgi e italiani, come riportano le cronache dell’epoca.
unnamed (3)Mercoledì 8 Agosto 1956, alle ore 8 e qualche minuto, sotto un cielo di piombo fuso, 275 uomini scendono nelle miniere Bois du Cazier di Marcinelle. Le gabbie degli ascensori distribuiscono le squadre nei vari piani, a quota 765 e 1.035. All’improvviso, un carrello esce dalle guide e va a sbattere contro un fascio di cavi elettrici ad alta tensione, abbandonato lì, senza rete di protezione. Subito divampa l’incendio e le fiamme si propagano immediatamente. Il minatore Antonio Iannetta, risale, alle 8:25, con il primo ascensore e dà l’allarme. Cinque minuti dopo, con un secondo montacarichi vengono su altri sei lavoratori. Con loro avrebbe dovuto esserci anche Marceau Caillard. Ma Marceau è rimasto giù. Vedendo che l’ascensore non ce la faceva a risalire con tutti e sette sopra, scende per farlo ripartire, fiducioso di salvarsi al giro successivo: lo troveranno morto in fondo al pozzo. Alla fine, solo 13 lavoratori sopravvivranno. Le vittime saranno in totale 262, di cui 136 italiani e poi polacchi, greci, belgi, algerini, tedeschi, ungheresi, un russo, un britannico, un olandese, un ucraino… Il più giovane ha 14 anni, il più anziano 53. Gli italiani morti sono di tutte le regioni. Scorrendo l’elenco, provi la stessa angoscia, la stessa rabbia, la stessa impotenza di quando passi in rassegna i loculi del Sacrario di Redipuglia. I più numerosi sono gli abruzzesi: 60. Poi vengono i pugliesi (22), i marchigiani (12), i molisani e i friulani (7 per ciascuna Regione), gli emiliani, i siciliani e i veneti (5), i calabresi (4), i toscani e i lombardi (3), i campani (2) e l’unico trentino. Insomma, ancora una volta l’Unità d’Italia sottoterra. Muoiono gruppi provenienti dallo steso ceppo parentale, come i 5 Iezzi: tutti di Manoppello , Pescara, tutti parenti, tutti morti. Il più giovane, Rocco, aveva 21 anni, i più anziani, Donato e Orlando, 31.
Il lutto colpisce 248 famiglie e lascia 417 orfani. Il processo che sarebbe seguito si sarebbe concluso con l’assoluzione dei dirigenti della società mineraria: la responsabilità verrà attribuita all’addetto alla manovra del carrello, un italiano, anch’egli morto nel disastro. La tragedia colpirà la comunità italiana e farà conoscere al mondo le condizioni proibitive del lavoro nelle miniere. Il governo italiano, incalzato dalle opposizioni, sarà costretto a bloccare le vie ufficiali dell’emigrazione verso il Belgio.
In totale, tra il 1946 e il 1963 ben 867 italiani perderanno la vita lavorando nelle miniere belghe.
Oggi, come si sa, i migranti raggiungono le nostre coste. E gli italiani si dividono tra accoglienza e rigetto. Questa storia, così raccontata, a qualcosa dovrebbe servire. A qualcosa e a qualcuno. Magari a coloro che invocano ruspe, affondamenti dei barconi e chiamano clandestini profughi e migranti. A quanto pare, i veri clandestini sono loro. Clandestini dell’umanità. Clandestini dell’intelligenza.